Cinema e lavoro minorile
Cinema e lavoro minorile: rappresentazioni fuori dal comune
Marco Dalla Gassa
Alcune premesse
L’accezione negativa che si è soliti assegnare al termine “lavoro minorile” si genera, tra gli altri motivi, anche dalla diffusa
convinzione che il processo di scolarizzazione degli adolescenti deve durare il più a lungo possibile. Se ciò non avviene, se il minore abbandona anzitempo l’iter scolastico, si crede che entri in un limbo nel quale si esperiscono
situazioni di difficoltà e di disagio piuttosto che di maturazione e di apprendimento, in una sorta di status negativo che prescinde le scelte e le attitudini del singolo.
Dati statistici e studi più approfonditi smentiscono questa convinzione affermando che non si tratta di una registrazione obiettiva dell’esistente, bensì della sedimentazione d’immaginari e luoghi comuni consolidatisi nel tempo.
Il cinema, che si nutre dell’immaginario degli autori più che della realtà oggettiva, che racconta storie di singoli personaggi più che cercare rappresentazioni universali e condivise, dovrebbe essere un fedele specchio di questa
prospettiva “falsata”. A maggior ragione se si prende in esame – come verrà fatto in questo articolo – il cosiddetto “cinema di denuncia”, quello che racconta i mali della società, che punta l’indice contro le contraddizioni del reale,
per suscitare nello spettatore sensibilità verso un problema o sdegno civile. Dovremmo assistere, a rigor di logica, a film su minorenni che, lasciati gli studi, sono costretti ad itinerari di devianza o emarginazione, sfruttati per
tornaconti particolari, disorientati di fronte al mondo degli adulti nel quale prematuramente hanno fatto il loro ingresso.
La questione del lavoro minorile è una sfida al cinema e alle sue capacità di analisi e di rappresentazione del reale anche per un altro motivo. Siamo di fronte, infatti, ad un fenomeno sfaccettato, che coinvolge un larghissimo
spettro di esperienze, che varia da nazione a nazione, da continente a continente, all’interno del quale è difficile separare con certezza le diverse forme di lavoro minorile dalle diverse forme di sfruttamento minorile, assegnare
un differente giudizio etico, mentre è più facile imbattersi in una ampia zona grigia dove aspetti positivi e negativi si presentano senza soluzione di continuità. La domanda, dal nostro punto di vista, appare ineludibile: il cinema
è capace di ritrarre la complessità dell’argomento, di superare i luoghi comuni e i limiti teorici per spiegare, seppur indirettamente, un po’ di più il suo funzionamento? |