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Ministero del lavoro e delle Politiche Sociali Centro nazionale  di documentazione e analisi per l'infanzia e l'adolescenza

primo piano

- Primo piano settembre 2007
Obbligo scolastico: da settembre aumenta in Italia l'età di ingresso al lavoro

Entra in vigore a partire da questo mese la nuova normativa sull'innalzamento degli anni di istruzione obbligatoria (Italia Oggi), inserita nella Legge finanziaria 2007

(comma 622 della legge 296/06)). L'Italia ha deciso in tal modo di avviare il riordino del sistema scolastico annunciato nel programma governativo, prevedendo cambiamenti nelle disposizioni contenute nella precedente riforma e dando una prima attuazione a quanto finora annunciato dai due Ministeri del Lavoro e della Solidarietà sociale, in tema di impiego di minori e di sfruttamento minorile. L'età dell'obbligo scolastico, ora salita a 16 anni, ha infatti inevitabili ripercussioni anche sull'ingresso degli adolescenti nel mondo del lavoro: come previsto dalla Convenzione OIL n. 138 sull'età minima, approvata dall'Italia con legge 157/81, non possono essere avviati al lavoro i ragazzi e le ragazze al di sotto dell'età dell'istruzione obbligatoria, così come stabilita dalla legge nazionale.
Il cambiamento legislativo ha già suscitato diverse reazioni negli ambienti della scuola e delle imprese, entrambi interessati direttamente dagli effetti della nuova normativa.

Il mondo del lavoro lamenta le inadempienze del sistema italiano (Il Sole 24 Ore), poiché nonostante i tentativi compiuti dai governi di diversa estrazione politica, le modalità di assunzione degli adolescenti prima dei 18 anni non sono mai state regolamentate con una disciplina chiara ed esauriente. In particolare, negli ultimi anni, l'unica forma garantita alle aziende era rimasta l'apprendistato cosiddetto “qualificante”, sulla base di un contratto con giovani che avessero compiuto 15 anni e adempiuto all'obbligo scolastico (il cui limite era stato di fatto portato a 14 anni dal precedente governo). Le note n. 3772 del 2 maggio 2006 e n. 783 del 21 giugno 2006 del Ministero del lavoro, avevano però specificato come il contratto di lavoro potesse essere stipulato solo sulla scia della vecchia legislazione sull'apprendistato (che prevedeva il limite minimo di 16 anni). Queste ed altre ambiguità sono dovute ad una mancata regolamentazione delle disposizioni su alternanza tra scuola lavoro e tirocini, previste dalle leggi n. 53 e n. 30 del 2003 (Riforma Moratti e legge Biagi).
Dal punto di vista dei docenti scolastici, la normativa del nuovo governo non pare sufficiente a garantire l'estensione del diritto di istruzione e una qualità minima della formazione a tutti i ragazzi e le ragazze. Tra le critiche mosse da Educazione & Scuola e da ReteScuole, (Rete per la difesa della scuola pubblica), vi è la mancata distinzione tra ciò che appartiene all'istruzione e ciò che compete alla formazione professionale, due canali che secondo i rappresentanti del movimento non dovrebbero essere sovrapposti. Si richiede invece di promuovere un livello formativo omogeneo all'interno del cosiddetto “biennio unitario”, ovvero i due anni di obbligo scolastico successivi alla scuola media, che dovrebbero essere uguali per tutti, posticipando la scelta del percorso ad indirizzo specifico.

Gli adolescenti sono da anni nel “mirino” delle leggi relative ad istruzione e lavoro. E' dal 1999, con la legge n. 9 che imponeva a tutti i ragazzi di frequentare la scuola per 10 anni, che le novità si susseguono e le disposizione normative, anziché chiarire, creano maggiore confusione.

Così, l'attuazione della legge del 1999 impose di fatto un obbligo solo per nove anni, anziché dieci, e la mancata ristrutturazione dei cicli scolastici riduceva il tutto all'iscrizione al primo anno di una scuola media superiore, creando perplessità e diffidenza sull'efficacia e l'impatto di tale misura, seppure secondo alcuni qualche buon esito vi sia stato (ReteScuole).
Nel 2003 la legge 53 abrogò di fatto i nove anni, rimandando a quanto stabilito costituzionalmente, ovvero otto anni di istruzione obbligatoria gratuita, ma introducendo un nuovo concetto di diritto e dovere di istruzione e formazione fino ai 18 anni, da adempiersi in forme diverse, compresa l'esperienza lavorativa vera e propria. Essendo il lavoro permesso solo a partire dai 15 anni di età, restava una sospensione del diritto di scelta dei ragazzi tra i 14 e i 15 anni, che si risolveva nelle disposizioni della legge precedente (ovvero, iscriversi al primo anno della scuola superiore). A ciò si aggiungeva il fatto che, in pratica, fino ai 16 anni non era chiaro a tutti i datori di lavoro se fosse possibile assumere con un contratto di apprendistato, mentre altre forme contrattuali, ammesse in teoria (dal Dpr 257/00), non erano attuabili nella realtà.
Si capisce perciò perché il livello di critica degli insegnanti abbia raggiunto punte così elevate, e perché gli imprenditori, con il loro senso pratico e per necessità, abbiano cercato di sopravvivere all'interno di regole così intricate, trovandosi di fronte a delle scelte che a volte non corrispondono ad una adeguata tutela del giovane lavoratore.
Indagini sul mondo dei giovani (Gioc) della formazione e del lavoro (Isfol biblio), mostrano un variegato panorama, fatto di percorsi differenti e necessità molteplici, che non possono essere regolamentati secondo categorie definite a priori. Da qui il bisogno di garantire porte di accesso multiple, alla scuola e al lavoro, e modalità flessibili di cambiamento, che non costringano a scegliere un iter a discapito dell'altro (Bertagna 2003).
Ad eccezione delle situazioni palesi di sfruttamento, intollerabili e sempre da condannare, emerge una concezione positiva, formativa ma anche con un senso di per se stessa, dell'esperienza del lavoro nella vita degli adolescenti (Il Riformista), che rischia però di essere svalutata come ripiego alla scuola per i meno portati allo studio, o di diventare dannosa psicologicamente o anche fisicamente, qualora la sua negazione impedisca una concreta ed efficace tutela del minore nel suo svolgimento, o l'accompagnamento al suo accesso accanto all'istruzione.
Non si tratta perciò di dover necessariamente scegliere o la scuola o il lavoro, allo stesso modo in cui l'innalzamento dell'obbligo scolastico, non deve forzatamente significare un limite al vivere esperienze professionali arricchenti nel processo di maturazione della persona.

In tutto questo, cosa dicono i diretti interessati? Le famiglie, spesso desiderose di delegare il più possibile funzioni educative per le quali si sentono sempre più inadeguate, non sembrano avere voce in capitolo. Proprio dagli adolescenti emerge invece il desiderio di poter scegliere, e a questa libertà di scelta spetterebbe alla società adulta fornire una cornice di garanzie: da quella di rendere effettivo, per tutti, il diritto a ricevere una istruzione uniforme, a quello di tutelare le prime esperienze adulte nelle quali i giovani si inseriscono, passo dopo passo, nel periodo dell'adolescenza e della preadolescenza.

Una nota a margine, è quella relativa alle generazioni appartenenti ai “figli dell'immigrazione” (Italia Oggi).
E' inquietante il constatare come, ogni qualvolta il discorso si centri su di loro, gli interventi siano troppo spesso mirati a favorire solo l'ingresso precoce al mondo del lavoro, all'interno di professioni per lo più a bassa qualifica, che rispecchino l'inserimento lavorativo dei genitori. Occorrerebbe perciò farsi stimolare da questi spunti, rispondendo alla domanda diffusa e comune anche alle famiglie italiane, di maggiori legami tra il mondo dell'apprendimento teorico e l'esperienza pratica: dove esperienza pratica non significa mera manualità o tecnica, ma verifica ed esperienza nel mondo reale di quanto si sta apprendendo in tutte le materie scolastiche.
Si potrebbero così superare anche certe contraddizioni, come quella tra le misure che vorrebbero ridurre la disoccupazione giovanile, e vedono nei giovani “la soluzione al problema” (ILO on line, no. 31), e il desiderio di vietare in modo assoluto ai ragazzi al di sotto di una certa età (che si vorrebbe aumentare sempre di più fino ai 18 anni) l'accesso a una esperienza di lavoro vera, non simulata, che possa arricchire fornendo gli strumenti e i contatti che solo se vissuti in prima persona, senza finzioni, possono “corazzare” l'individuo dallo scontro sempre più traumatico con il mondo al di fuori della mura scolastiche.

 

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