|
PRIMO PIANO NOVEMBRE 2007
Il posto migliore per bambini e adolescenti: scuola o lavoro?
Sarà reso pubblico a breve il piano di azione elaborato dalle organizzazioni aderenti alla campagna“Stop child labour. School is the best place to work” (Stop al lavoro minorile. La scuola è il posto migliore per lavorare). Una iniziativa che ha come punto di riferimento l'India, essendo l'Asia il continente dove la presenza di bambini lavoratori, in termini assoluti, è la più alta del mondo (dati OIL), e promossa in Europa dalle organizzazioni non governative aderenti ad Alliance 2015
(CESVI in Italia, Concern in Irlanda, Welthungerhilfe in Germania, Hivos nei Paesi Bassi,
IBIS in Danimarca e People in Need nella Repubblica Ceca) e dai Sindacati Olandesi.
La campagna si rivolge a singoli cittadini, alle aziende, ai governi nazionali e all'
Unione Europea affinché tutta la società civile si attivi in azioni concrete per
combattere lo sfruttamento del lavoro minorile e promuovere un'educazione di base di
qualità nei Paesi in Via di Sviluppo. Basata sull'idea che ogni forma di lavoro minorile vada eliminata, poiché solo la scuola è idonea allo sviluppo del bambino e adolescente, la campagna trova sostegno in altre iniziative simili, che da anni lottano contro il lavoro dei bambini. Anche Tornare bambini, della organizzazione italiana Mani Tese, unisce la battaglia allo sfruttamento minorile con la responsabilità sociale delle imprese, fornendo regole alle aziende italiane per controllare la filiera dei loro prodotti, e sensibilizzando adulti e bambini nel mondo della scuola e nella società civile.
Sempre sul piano della promozione della scolarizzazione per tutti, vista in contrapposizione con l'attività lavorativa, è anche il progetto Global Task Force sostenuto dall'Organizzazione internazionale del lavoro ma che coinvolge diverse agenzie attive nel campo dell'educazione, e il cui programma è ora contenuto in una apposita brochure dal titolo Reaching the unreached: our common challenge.
Ma come coniugare l'universalismo dei diritti dei bambini con esigenze di sopravvivenza e modelli culturali locali?
Il rischio è che tali iniziative rispondano più al bisogno dei paesi sviluppati di tenere pulite le proprie coscienze rispetto ad alcune dure realtà extra-europee, i cui “orrori” vengono quotidianamente propinati all'opinione pubblica occidentale attraverso i notiziari televisivi, o al desiderio di confermare il proprio modello culturale e politico imponendolo al resto del mondo. Il tutto senza domandarsi se esistono altri modi di considerare i diritti umani, ivi compresi i diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, che non si basino solo ed esclusivamente sugli standard definiti dalle nazioni economicamente sviluppate.
Non a caso, le voci dissonanti arrivano proprio dai paesi interessati dal fenomeno. Dall'India, un attivista locale sostiene che togliere i bambini dal lavoro in agricoltura può spingerli ad emigrare in città dove facilmente cadono nella rete del riciclaggio dei rifiuti, nella mendicità o in attività criminali quali furti, turismo sessuale, e altro. Anche non acquistare prodotti fatti da bambini non sembra una soluzione contro il lavoro minorile, poiché non vi è certezza che i bambini vengano davvero e tutti riabilitati. Solo investendo nelle zone rurali, precisa l'esponente indiano, facendo diventare l'attività agricola una risorsa per il paese, può aiutare le famiglie, che hanno bisogno del contributo dei figli per la loro sopravvivenza. Le leggi rendono illegali le situazioni (spesso peggiorandole), ma non le risolvono nel lungo periodo.
Se questo pragmatismo aiuta a vedere la ristrettezza di certe politiche, qualcuno si spinge oltre e propone una visione valorizzante del lavoro e critica delle condizioni che lo rendono indegno. Questa è sostenuta dai rappresentanti dei Movimenti di bambini e adolescenti lavoratori, convinti che il vero problema del sottosviluppo economico non sia il lavoro minorile, ma i meccanismi perversi della globalizzazione neo liberale.
Al di là di ogni relativismo culturale, anch'esso non ideale per affrontare la delicata questione dei diritti, ci si chiede se non stiamo oggi assistendo ad una ri-colonizzazione del pensiero sulla base di paradigmi e agende politiche fissate in funzione dell'interesse del mercato. L'universalismo discorsivo, a livello normativo e culturale, ha lentamente portato a un sentimento di infanzia ideale che per lo più non corrisponde a nessuna cultura tradizionale e anche dove ha sostituito quest'ultima (leggi Europa) sembra aver portato più danni che benefici. La clandestinizzazione del lavoro, in particolare quello dei bambini, per strada, e alte forme “fastidiose” di lavoro visibile, ha come normale conseguenza la repressione, e in questo quadro è davvero difficile poter ancora parlare di salvaguardia dei diritti dell'infanzia (Cussianovich, 2007).
Il focus diventa allora quale rappresentazione dell'infanzia e dell'adolescenza, e accanto a questa, del lavoro, viene oggi diffusa nei nostri paesi dalle leggi, dai mass media, dalle politiche, anche da parte di chi, come le organizzazioni non governative, in buona fede vorrebbe lottare per la tutela dei più deboli.
Probabilmente oggi il livello di complessità raggiunto dalle nostre società è talmente alto, che non ci si può più limitare a lanciare slogan e campagne: serve un coinvolgimento in prima persona che garantisca di andare in profondità e conoscere davvero un tema, ascoltando da vicino chi lo sta concretamente vivendo come esperienza quotidiana.
In risposta alle organizzazioni e istituzioni che sostengono la necessità per bambini e adolescenti di frequentare la scuola a tempo pieno in strutture formali, e rispetto all'ipotesi che sia il lavoro a spingere i minori ad abbandonare la scuola, alcuni bambini ricordano il loro vissuto. In una lettera indirizzata all'OIL, che in settembre ha organizzato un seminario a Torino sul tema del lavoro minorile in agricoltura, i ragazzi e le ragazze dei Movimenti peruviani di bambini lavoratori (Mnnatosp e Manthoc)
sottolineano come il problema stia nelle politiche sociali che non garantiscono a tutti i bambini l'accesso alle scuole, spesso costose e situate in luoghi troppo lontani dalle zone montane o rurali. Rivendicano inoltre l'aspetto di apprendimento insito nell'esperienza lavorativa anche in agricoltura, nelle sue forme tradizionali di integrazione comunitaria. Colpire il lavoro nei campi può voler dire, come affermato anche nel caso indiano, impoverire ulteriormente le famiglie e costringere i minori ad emigrare verso le città, dove rischiano di “incontrare un mondo ancora più duro, che porta allo sfruttamento e all'abuso lavorativi, questi sì da combattere”.
In tale contesto, ulteriori sforzi servono per far sì che le campagne di sensibilizzazione abbiano un concreto legame con le realtà alle quali si riferiscono, e sulle quali si spera possano avere una ricaduta positiva, tenendo conto davvero del contesto nel quale si opera e delle esigenze effettive delle popolazioni autoctone. Non solo queste ultime possono essere diverse da quelle europee, ma addirittura, forse, possono ancora arricchire le nostre limitate visioni da mondo sviluppato post-industriale.
|